Abortire in autonomia oggi: a che punto siamo tra telemedicina e autogestione in Italia.
In questa NL Abbiamo deciso di tornare al tema da cui siamo partite: l’aborto. L’obiettivo è quello di analizzare e comprendere la situazione dei servizi medici disponibili oggi per quanto riguarda la possibilità di accesso all’aborto farmacologico.
L’aborto implica tante esperienze personali che possono essere molto diverse tra loro e implica la possibilità di accedere a procedure mediche specifiche diverse a seconda dei casi clinici (o delle circostanze) delle persone.
Oggi, il protocollo medico standard per l’aborto farmacologico prevede due farmaci, mifepristone e misoprostolo, che vengono assunti a distanza di 24/48h: prima il mifepristone blocca l’ormone necessario per lo sviluppo della gravidanza, poi il misoprostolo viene utilizzato per indurre le contrazioni uterine e provocare l’espulsione.
In Italia è possibile accedere all’aborto farmacologico solo fino alla 9 settimana di gestazione anche se le ultime linee guida dell’Organizzazione mondiale della sanità, del 2022, riconoscono l’aborto farmacologico autogestito come pratica sicura e consigliata fino alla 12esima settimana.
Nel 2020, il Ministero della Salute ha approvato delle linee di indirizzo che prevedono la possibilità di accedere all’aborto in telemedicina. In questo modo la persona che vuole abortire può recarsi nel servizio medico e prendere le due pillole, la prima verrà assunta direttamente in loco e la seconda, a 24/48h di distanza, in maniera autogestita a casa. Dopo cinque anni però questa possibilità ancora non è ampiamente disponibile e le difficoltà che incontra una persona che vuole abortire a casa sono moltissime.
Di fatto le uniche regioni che hanno recepito le linee guida sono: Lazio, Emilia Romagna, Sardegna. Per ognuna la situazione dei servizi è diversa.
Nel Lazio, l’aborto farmacologico in telemedicina è oggi disponibile soltanto in pochi servizi medici e soltanto nel territorio urbano della capitale, ma si sta lavorando per cercare di ampliare sempre di più questa possibilità. Le modalità di gestione e di accesso a questo servizio sono state definite dalle indicazioni di un tavolo tecnico. La persona si reca direttamente al servizio medico dove viene presa in carico e seguita. La prima dose viene presa direttamente sotto osservazione medica, la seconda invece viene consegnata e poi assunta in maniera autonoma dopo 48h.
In Emilia Romagna con una determina del 9 ottobre 2024, infatti, la Regione si è impegnata a garantire a partire da Gennaio 2025 l’assunzione della seconda pillola (il misoprostolo) a domicilio con la consulenza in telemedicina, per chi vuole, ed a estendere l’impiego dell’aborto farmacologico da 7 a 9 settimane in tutti i regimi, non solo ospedaliero, ma anche in consultorio e a domicilio. Ad un anno di distanza, non ci sono informazioni chiare da parte della Regione su quali siano i servizi che hanno adottato le nuove linee di trattamento. Alcuni consultori hanno iniziato ad offrire l’aborto farmacologico fino alla 9 settimana e la possibilità della seconda pillola a domicilio, ma si tratta di casi molto rari. Le persone non sono informate di questa possibilità e per questo molte volte non sanno di poterla richiedere.
Per capire meglio la situazione in Sardegna abbiamo parlato con Carla di Strajk Kobiet Sardynia che si occupa principalmente di diffondere e far conoscere localmente tutte le iniziative di sostegno ai diritti riproduttivi delle persone. Ha fornito sostegno mediatico a Ogólnopolski Strajk Kobiet, soprattutto nel periodo in cui, in Polonia, vigeva una sistematica pratica di censura su questi temi, facendo arrivare in Italia, tradotti, quei pochi articoli di giornale che le testate più coraggiose pubblicavano, specie in merito alla morte di molte donne per setticemia legata alla mancata interruzione di gravidanza o a processi in cui venivano incriminate persone che avevano in qualsiasi modo favorito la pratica dell’aborto. Per loro seguire le vicende della situazione in Polonia è importante perchè con l’avanzare delle destre, anche estreme, tutte le leggi legate all’accesso all’aborto sono a rischio, tenere conto di come si è proceduto in Polonia può essere utile.
Com’ è la situazione in Sardegna?
“I dati disponibili mostrano come la Sardegna sia ancora oggi in ritardo rispetto al resto del Paese nell’accesso all’interruzione volontaria di gravidanza. Secondo il sistema di sorveglianza IVG (2022), sull’isola si ricorre più frequentemente al raschiamento rispetto alla media nazionale e una quota significativa di IVG chirurgiche entro i 90 giorni viene effettuata in regime di ricovero ordinario. Al contrario, l’aborto farmacologico risulta meno diffuso negli ospedali sardi e presenta una maggiore variabilità tra le strutture, con una percentuale di casi oltre i limiti temporali superiore alla media italiana. Un altro elemento critico riguarda l’obiezione di coscienza. Nel 2023 oltre la metà dei ginecologi e delle ginecologhe in servizio in Sardegna risulta obiettrice. Sebbene la percentuale sia in diminuzione rispetto agli anni precedenti, resta comunque elevata in un contesto in cui la possibilità di accedere all’IVG dipende in larga parte dalla presenza di personale non obiettore. Anche l’offerta dei servizi è disomogenea. Secondo l’indagine ISS (CCM 2022), solo circa due terzi dei reparti di ginecologia-ostetricia garantiscono l’IVG. La maggior parte delle interruzioni avviene entro due settimane dalla richiesta, ma in alcune aree dell’isola l’accesso è particolarmente complesso: molte persone sono costrette a spostarsi fuori dalla propria provincia, soprattutto nel Sud Sardegna, ma anche a Oristano e Nuoro. Infine, la rete dei consultori familiari continua a essere poco coinvolta nel percorso IVG. Nonostante un lieve aumento delle strutture attive, il numero resta inferiore agli standard minimi e il ruolo dei consultori nel rilascio delle certificazioni è marginale rispetto al resto d’Italia.”
È stata messo in pratica l’opzione dell’aborto a domicilio?
“A luglio di quest’anno la Giunta regionale, con l’allora assessore alla Sanità Armando Bartolazzi ha dato mandato alla Direzione della Sanità per l’istituzione di un tavolo tecnico che predisponga le linee di indirizzo regionali per effettuare l’interruzione volontaria di gravidanza per via farmacologica anche nelle strutture ambulatoriali e nei consultori familiari pubblici adeguatamente attrezzati, collegati a una struttura ospedaliera e autorizzati dalla Regione. Inoltre ha annunciato di aver avviato una fase di sperimentazione che prevede anche l’assunzione domiciliare dei farmaci utilizzati per l’IVG. Tuttavia al momento non si hanno notizie di passi avanti, neanche nella nomina di chi dovrà sedere al tavolo tecnico. Va detto che nel frattempo la presidente Todde ha revocato il mandato all’assessore Bartolazzi, assumendo lei stessa le deleghe ad interim. Inoltre, a dicembre la Corte Costituzionale ha dichiarato illegittimo il commissariamento delle ASL sarde deciso dalla Giunta regionale, bocciando la legge regionale che lo prevedeva e causando una crisi sanitaria, con la decadenza dei commissari. La Giunta regionale della Sardegna sta procedendo a nominare i nuovi direttori generali. In questo quadro di transizione e incertezza amministrativa, difficilmente verrà costituito in tempi brevi un tavolo tecnico.
Siamo indietro rispetto al resto di tanti paesi e i problemi per l’accesso all’aborto sono persistenti, rendendo le esperienze delle persone più difficili di quelle che potrebbero essere se ci fossero le corrette informazioni, un funzionamento dei servizi omogeneo, un superamento delle grandi differenze che esistono tra regione e regione, un maggiore sostegno ai servizi territoriali come, per esempio, i consultori.
Negli ultimi anni, complice la vittoria delle elezioni delle forze politiche di destra, non si sono fatti passi avanti verso una maggiore garanzia di accesso ai servizi per abortire ma tutto il contrario. Mentre i movimenti Pro – Diritti denunciano le carenze e le difficoltà sembra che l’avanzata dei movimenti Anti – Diritti sia sempre più inarrestabile, forte del sostegno delle forze politiche al governo. L’aborto è un diritto riconosciuto formalmente ma quando si tratta della possibilità di esercitarlo allora ci si scontra con un sistema fatto di ostacoli e difficoltà. Questo sistema definisce anche i servizi più accessibili come spazi che non sempre sono sicuri. Proprio per superare e/o evitare ostacoli e difficoltà molte persone preferiscono (o preferirebbero) poter abortire in luoghi familiari, come può essere casa propria o di persone care. L’aborto in telemedicina vuole rispondere proprio a questa esigenza e oltre a facilitare l’accesso avrebbe dei riscontri positivi, in termini economici, anche sul servizio sanitario pubblico nel nostro paese.
In questo panorama e con l’obiettivo di facilitare l’esperienza dell’aborto sono nati nel tempo molti gruppi di attiviste transfemministe che si occupano di dare informazioni, sostenere, aiutare le persone che sono in difficoltà durante il percorso per abortire.
L’accompagnamento è oggi centrale nella pratica del movimento transfemminista in tutto il mondo ed implica la possibilità di essere seguite e, appunto, accompagnate durante il proprio aborto da persone che sono attiviste e hanno una conoscenza profonda della pratica e dell’assistenza all’aborto farmacologico. È proprio a partire dalle pratiche e dalle conoscenze sviluppate dalle organizzazioni e dai collettivi per l’aborto autogestito che l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha rimodellato e ridefinito i propri protocolli per l’aborto farmacologico e la classificazione tra aborto “sicuro” e “non sicuro”.
Oggi, l’attivismo transfemminista per garantire l’aborto autogestito si è diffuso unendo la difesa della depenalizzazione dell’aborto con il sostegno pragmatico alle persone che hanno bisogno di un aborto sicuro, indipendentemente dalla legge.
Preferiamo non usare parole stigmatizzanti come “clandestino” o “illegale” quando si tratta dell’assunzione di pillole fuori dal sistema proprio perché questi due aggettivi non riflettono l’evoluzione della pratica abortiva farmacologica transfemminista che opera in sicurezza.
In Italia, il discorso pubblico sull’aborto, difronte all’oscurantismo dei tempi in cui viviamo e davanti alle minacce di politiche restrittive e illiberali, grida alla situazione drammatica degli Stati Uniti o a quella della Polonia. È vero, sicuramente la situazione in questi paesi non è facile, ma la recente storia del diritto all’aborto, proprio in questi paesi, ci insegna qualcosa. Le persone continuano ad abortire e lo fanno utilizzando in maniera autogestita la combinazione di due pillole: mifepristone e misoprostolo.
Il 24 giugno del 2022 la Corte Suprema degli Stati Uniti annullava la sentenza Roe vs Wade, quella che aveva reso legale l’aborto nel 1973. Dopo questi cambiamenti, l’aborto farmacologico è diventato il metodo più utilizzato negli Stati Uniti per interrompere una gravidanza non desiderata grazie al lavoro di associazioni, organizzazioni e collettivi che inviano le pillole direttamente alle persone che ne hanno bisogno e forniscono loro l’assistenza da remoto.
In Polonia, dal 27 gennaio 2021, l’aborto è permesso solo in caso di rischio per la vita o la salute di una donna incinta o se la gravidanza sia stata causata da uno stupro. Inoltre, le persone che forniscono qualsiasi tipo di assistenza e di aiuto per abortire sono perseguibili penalmente. Le persone continuano ad abortire nonostante le restrizioni: alcune viaggiano in altri stati europei mentre, molte altre, comprano all’estero le pillole abortive e auto-gestiscono il proprio aborto in casa. Quest’ultima procedura, non è criminalizzata in Polonia, al contrario di quanto invece succede in altri paesi che magari hanno ordinamenti legislativi più permissivi, come per l’esempio l’Italia.
Sappiamo però, come ci ricorda Strajk Kobi Sardynia, che la censura in Polonia è ancora molto attiva e che i rischi per la salute delle donne che richiedono l’interruzione nei casi di gravidanze più avanzate, dove l’intervento medico è necessario, ma viene negato, sono molto alti. Continuiamo infatti ad assistere alla morte di molte di queste donne proprio a causa di complicazioni che potevano essere facilmente evitate.
Le esperienze di chi decide di abortire sono diverse, se per alcune persone essere seguite in una struttura medica è la scelta migliore, per altre non necessariamente è così. In un sistema ideale, nessuna delle due possibilità escluderebbe l’altra, si aprirebbero semplicemente delle maggiori possibilità di scelta. Ma forse non siamo ancora abituate a pensare l’aborto in questa prospettiva.
Proprio a partire da queste considerazioni si può capire quanto agevolare la possibilità di accedere all’aborto in telemedicina potrebbe cambiare l’esperienza stessa dell’aborto per moltissime persone rendendola non solo più accessibile ma anche gestibile in maniera più autonoma rispetto al regime dell’ospedalizzazione all’interno del quale siamo sempre state abituate a pensarla. Abortire a casa e/o in telemedicina è una pratica sicura, riconosciuta come tale dalle istituzioni mediche globali e nazionali ma non in Italia è accessibile solo in pochissime regioni. Sono passati cinque anni dalla delibera del Ministero della Salute e niente o molto poco è stato fatto per andare nella direzione in cui stanno andando o sono già andati la maggior parte dei paesi europei. Sebbene siano stati compiuti alcuni passi avanti, la strada per superare le criticità legate all’accesso all’aborto in Italia sembra essere ancora molto lunga.
Alcuni materiali utili delle collettive che compongono il progetto Piena e che si occupano di aborto:
‘Ccà nisciun’ è Fessa: Guide “Farsi una pelle senza rischiare una pelle” e “guida veloce per l’accesso all’interruzione volontaria di gravidanza”
Mujeres Libres: Guida all’interruzione di gravidanza
Obiezione Respinta: La mappa degli obiettori / Grafiche stampabili su contraccezione e aborto
Aborto in Pillole: Dieci video sull’aborto farmacologico
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