Contro il possesso
La soluzione degli ecofemminismi queer alla sopraffazione capitalista
PENSIERO DICOTOMICO
Da bambinɜ, ci vengono raccontate favole tramandate da tempi ben più antichi dei nostri. Come Von Franz ha approfondito[1], le fiabe sono espressione di archetipi che, pur vestendo forme apparentemente molto varie da cultura a cultura, narrano in fondo le stesse dinamiche che ci accomunano indistintamente come collettività umana. Attraverso queste narrazioni, fin da piccolɜ ci siamo abituatɜ a scindere il mondo in poli, a partire da quello che domina proprio le storie della buonanotte che hanno accompagnato i sonni delle nostre infanzie: bene/male.
Ci siamo abituatɜ, di conseguenza, a pensare che ci fosse un modo giusto e uno sbagliato di essere, di agire, di pensare. Qualcosa di giusto e di sbagliato. Qualcunә di giusto e di sbagliato.
La dicotomia come chiave interpretativa del reale è una costante nella cultura Occidentale e non una caratteristica esclusiva delle fiabe. Lo è fin dai tempi e dai luoghi in cui questa ha avuto origine, cioè la Grecia in epoca classica. Come scrive Castelli, «la società greca si pensa […] per opposizioni, definendosi in base a divisioni nette, a colpo sicuro, che forniscono un criterio per pensare una realtà polarizzata e divisa in un versante buono ed uno cattivo, il versante del Sé e quello del resto del mondo»[2].
Si tratta di quello che Val Plumwood definisce «il modello del Padrone», che crea e al contempo si alimenta di «una struttura dualistica di alterità e negazione» che prevede la naturalizzazione dei suoi assunti di fondo, in modo tale che il modello sia dato per scontato «in quanto semplice modello umano, mentre il femminile è visto come una deviazione rispetto a quest’ultimo»[3].
Tra le varie dicotomie individuate dalla filosofa, ci torna qui utile quella tra produzione e riproduzione, al fine di esplorare la condizione di subalternità, di Alterità, a cui sono vicolatɜ donne, soggettività queer, animali, vegetali, non viventi.
PRODUZIONE/RIPRODUZIONE
Il rapporto tra produzione e riproduzione è delicato: implica che qualcunə (una fascia privilegiata della società) si dedichi alla vita pubblica, allo sfruttamento di risorse e dunque alla creazione di sempre nuova e maggiore ricchezza, all’accumulazione, al controllo. Di contro, qualcunə deve occuparsi di svolgere un lavoro che possa permettere a questo meccanismo di alimentarsi, fornendo l’essenziale alla sopravvivenza e mettendo al mondo nuove risorse umane che possano dare un seguito a questa crescita, esponenziale, egoistica e fine a se stessa. Il capitalismo presuppone che vi sia uno sfruttamento: di risorse materiali, umane, animali. Il capitalismo presuppone il possesso.
Questo meccanismo macroscopico di sfruttamento ci sta portando drittɜ verso un percorso di smarrimento, dissolvimento, slegamento di cui l’estinzione della specie umana è solo l’ultima tappa. La scomparsa delle lingue indigene e della cultura che queste veicolano, ad esempio, ci sta facendo perdere un enorme patrimonio di conoscenze legate alla flora e alla possibilità di uno scambio benefico tra umano e vegetale[4].
Come scrive Stefania Barca: «Disfare la narrazione dell’Antropocene», la quale si fonda su una visione del genere umano appiattita sul modello occidentale estrattivista e colonialista, «costituisce la base di un progetto di giustizia narrativa, e cioè del raccontare storie dell’abitare umano sulla Terra diverse dalle storie del padrone»[4]. Significa, in altre parole, ridare spazio a nuovi modi di abitare la Terra, non orientati alla crescita capitalistica e alla supremazia, ma all’adattamento reciproco, allo scambio, al dialogo continuo. Al riconoscimento della dignità del tutto.
LIBERAZIONE DEL DESIDERIO / CREARE COMUNITÀ
La via alternativa che ci indicano gli ecofemminismi queer è proprio questa: la fuoriuscita dalla logica del possesso, anche attraverso la liberazione del desiderio. Così da godere del legame con lɜ altrɜ a prescindere da ogni utilitarismo, dalla finalità procreativa, dunque dal legame di produzione/riproduzione tra le parti.
Amare senza altro fine è la risposta che può liberarci dalle dicotomie e dalle sopraffazioni.
Liberiamo il nostro desiderio perché nessun’altra persona ci appartiene, nessun’altra persona è vincolata a noi per permetterci di avere una prole, una casa accogliente, un pasto caldo a tavola. Nessun’altra specie è vincolata a noi per assicurarci il mantenimento del ruolo di padronә, per sfamarci a scapito della propria vita. Nessun terreno, nessuna foresta, nessun corso d’acqua può essere rimasticatә dalle fauci dell’industrializzazione né essere trasformatə da confine naturale – da calpestare, esplorare, percorrere – a confine politico invalicabile, che separa il mio dal tuo, l’Io dall’Altrә.
È tutta una questione di relazioni: in assenza di queste, non è possibile creare un rapporto di reciproco interesse e di comprensione. Se il sistema capitalistico sfrutta le risorse naturali, include donne e persone queer nelle proprie maglie quel tanto che basta per non farle arrabbiare (ma alle proprie condizioni), ignora la sofferenza dellɜ viventɜ non umanɜ è perché – accecato dalla propria possibilità di espansione – non ha instaurato un contatto paritario e diffuso con queste soggettività. Non vi ha riconosciuto una dignità pari alla propria, a quella del padrone, riducendole a strumenti.
E allora è unitɜ che dobbiamo pensarci ed è unitɜ che dobbiamo lottare. Nonostante il caldo – o forse proprio per questo. Perché è bello immaginare che l’ingiustizia del cambiamento climatico ci renda ancora più consapevoli e dunque ancora più arrabbiatɜ per le discriminazioni che come donne e persone queer subiamo sistematicamente e che ci faccia sentire parte di un complesso di dominazione più grande, in cui nessunә di noi è solә nella propria sottomissione (e nel volersi opporre a essa).
Note:
[1] Cfr. Marie-Louise Von Franz, Le fiabe interpretate, Bollati Boringhieri, 1980.
[2] Federica Castelli, Corpi in rivolta. Spazi urbani, conflitti e nuove forme della politica, Mimesis, 2015, p. 19.
[3] Val Plumwood, Feminism and the Mastery of Nature, Routledge, 1993, p. 23.
[4] Fabrizio Papitto, Chi parlerà la lingua della flora, «La Svolta», 8 luglio 2022. https://www.lasvolta.it/2516/chi-parlera-la-lingua-della-flora
[5] Stefania Barca, Forze di riproduzione, trad. a cura dell’autrice, 2024, p. 19. Ed. orig. Forces of Reproduction, Cambridge University Press, 2020.
Questa newsletter sarà PIENA di tutto quello che non vogliono farci dire. Di parole inquiete, voci che disturbano, esperienze che rompono l’ordine e rivendicano visibilità. Perché l’aborto è pieno: di corpi, di scelte, di possibilità.
Leggi, condividi, partecipa. PIENA è anche tua.







