Di corpi, lavoro e autodeterminazione
Abbiamo parlato di corpi che rivendicano spazio, di desiderio come linguaggio politico, di cosa significa essere piene: di vita, di piacere, di contraddizioni. Oggi restiamo su quella linea e allarghiamo lo sguardo.
Negli ultimi anni le realtà transfemministe italiane si sono dimostrate più curiose, attente e solidali con le istanze del sex work. C’è stata una maggiore contaminazione tra sex worker e attiviste transfemministe e si sono moltiplicate le iniziative di confronto. La galassia di collettivi, reti e associazioni italiane, però, è ancora lontana da avere una posizione comune di solidarietà e supporto alle lavoratrici sessuali. Esistono ancora realtà femministe che giudicano negativamente il sex work e non riconoscono alle lavoratrici la possibilità di autodeterminarsi tramite questa attività.
Anche nei movimenti transfemministi europei il sex work è un tema molto dibattuto e polarizzante. Le posizioni variano da paese a paese, influenzate da leggi locali, cultura, condizioni socio-economiche e approcci diversi alla sessualità e al genere.
Da un lato si collocano le correnti proibizioniste, abolizioniste e neo-abolizioniste, sostenute anche da realtà come la European Women’s Lobby, che vedono la prostituzione come una forma di sfruttamento e violenza maschile, e chiedono di eliminare il mercato del sesso, spesso criminalizzando i clienti.
Dall’altro lato, le correnti inclusioniste o sex-positive rivendicano il sex work come lavoro, come scelta possibile e come ambito in cui le persone devono avere diritti, tutele e autodeterminazione. Questi movimenti, insieme a organizzazioni come ESWA, European Sex Workers’ Rights Alliance, spingono per la decriminalizzazione totale e per politiche che mettano al centro le voci e i bisogni delle/dei sex worker, contrastando le oppressioni multiple che vivono.
Questa pluralità di posizioni riflette una discussione transfemminista più ampia, che interroga temi cruciali come autonomia, consenso, lavoro, potere e giustizia sociale. È dentro questa complessità che i transfemminismi europei continuano a confrontarsi, a prendere posizione e a produrre riflessione politica.
Con A., alleata di Ombre Rosse, abbiamo parlato di tutto questo: abbiamo parlato di alleanze, di autonarrazione, di leggi vecchie quasi un secolo e di come la puttanofobia continui a servire al potere. Per non lasciare questa battaglia nel margine.
Negli ultimi anni il sex work è entrato con forza nel dibattito transfemminista italiano, anche grazie a nuovi modi di fare politica e ai social. Però, fuori dalle bolle, lo stigma sembra ancora intatto. Quanto pesa una certa corrente anti-sex work del “femminismo”?
Negli ultimi anni Non Una Di Meno ha preso parola sul sex work ed è stato un percorso faticoso, niente affatto scontato. C’è stato moltissimo lavoro “dal basso”, soprattutto da parte dei collettivi di sex worker e del movimento LGBTQIA+, più che da certi femminismi.
I social hanno aiutato tanto: permettono alle sex worker di autorappresentarsi e mostrare la loro quotidianità. Anche OnlyFans, volenti o nolenti, ha contribuito ad un lento sgretolamento dello stigma: un ibrido tra Instagram e lavoro sessuale che ha normalizzato alcune pratiche.
Fuori dalle bolle, sì, lo stigma persiste. Ma non credo che il femminismo “puttanofobico” sia il principale responsabile. Parliamo di gruppi che negli anni hanno perso peso e credibilità, spesso rivelandosi per posizioni giudicanti, escludenti e oggi apertamente in linea con la destra. Sono state progressivamente allontanate proprio perché i femminismi sono una pratica, e se le tue pratiche condannano e escludono, non sei in linea con i femminismi di adesso.
Lo stigma resiste perché è ancora utile al sistema: serve a controllare le donne e le soggettività dissidenti. La puttanofobia è uno strumento di oppressione di genere che funziona ancora benissimo.
L’attivismo transfemminista ha dato visibilità alle sex worker. Ma cosa ha dato il sex work al transfemminismo?
Secondo me ha dato molto di più il sex work al transfemminismo, che viceversa.
Il lavoro sessuale tocca praticamente tutte le questioni centrali del transfemminismo: lavoro, corpo, consenso, anticapitalismo, migrazioni. Ha permesso di riconoscere che anche il sesso è un lavoro di cura, e di contestare la divisione “sante / puttane” su cui si regge gran parte del controllo sui corpi.
Ha aiutato a dire basta allo sfruttamento lavorativo: “Se devo essere sfruttata, allora scelgo io come, quando e perché”.
Ha dato strumenti per superare lo sguardo vittimizzante sulle donne migranti. E ha mostrato che non esistono lavori più o meno “legittimi”, ma soggettività che devono sopravvivere: per molte donne trans, il sex work è stato, e purtroppo è ancora, l’unica possibilità di accesso al lavoro, in un’Italia profondamente transfobica.
Il movimento delle sex worker è stato ed è fondamentale, anche se a lungo è restato sotterraneo proprio per lo stigma: se avessimo potuto prendere parola collettivamente in modo pieno, oggi sarebbero già cambiate molte cose.
Qual è oggi la rivendicazione più urgente per il sex work in Italia?
Per me la priorità è cambiare la legge Merlin. È una legge del 1958: tra poco farà un secolo, e noi siamo ancora qui a chiedere che il lavoro sessuale venga riconosciuto. È assurdo.
Ci siamo arenate sul “riconoscimento del lavoro” e a forza di lottare per quello abbiamo dovuto mettere in pausa tutte le altre rivendicazioni. Ma se il lavoro non esiste per la legge, come fai ad andare avanti?
Serve una riforma e un cambiamento culturale. Perché lo stigma è ovunque.
Ti faccio un esempio recente: una donna che aveva subito uno stupro di gruppo ha aperto un profilo OnlyFans ed è stata sommersa da critiche tipo “Allora perché li hai denunciati?”. Questo dimostra che non abbiamo ancora capito la differenza tra consenso e violenza. Pretendiamo la “vittima perfetta” o la sex worker “coerente”, come se chi fa lavoro sessuale dovesse accettare qualsiasi cosa.
Finché resta questa mentalità, non stiamo facendo alcun passo avanti sui diritti delle donne e delle soggettività dissidenti. È un’amara verità, ma è la realtà del Paese in cui viviamo.
Prospettive future. Oltre al necessario cambiamento culturale e alla revisione della legge Merlin, che cosa ti immagini per il futuro del sex work? Esistono modelli legislativi che potrebbero davvero migliorare le condizioni delle sex worker? C’è oggi un dibattito in Italia? E quali servizi o tutele sarebbero fondamentali?
Per quanto riguarda il cambiamento culturale, una delle prospettive più concrete e urgenti è l’adozione di un modello di decriminalizzazione del lavoro sessuale. Si tratta di un impianto legislativo che parifica il lavoro sessuale a qualsiasi altra forma di lavoro, riconoscendo alle sex worker diritti, tutele e strumenti di autodeterminazione, non solo obblighi fiscali.
La decriminalizzazione permetterebbe, ad esempio, di accedere all’ indennità di malattia, a forme di sostegno al reddito, alla possibilità di associarsi in cooperative o collettivi di lavoratrici, e più in generale a tutte quelle garanzie che oggi vengono sistematicamente negate. Non si tratterebbe quindi solo di tassare il lavoro sessuale, ma di riconoscerne la dignità e i diritti.
Nei paesi in cui questo cambio di rotta è stato adottato, i benefici sono stati evidenti soprattutto in termini di sicurezza: le lavoratrici sessuali non sono più costrette a scendere a compromessi rischiosi per poter lavorare, perché non vivono sotto la costante minaccia di sanzioni o repressione.
In Italia, però, un vero dibattito su interventi legislativi migliorativi oggi non esiste. L’unico passo fatto recentemente è stata l’introduzione di un codice fiscale che consente alle sex worker di essere tassate. Il problema è che questa misura non è accompagnata da alcuna tutela: si introducono gli obblighi di un lavoro, senza riconoscerne i diritti. In sostanza, oltre al danno, la beffa.
L’unico intervento legislativo discusso negli ultimi anni è stato quello promosso dalla senatrice Maiorino, che puntava all’introduzione del cosiddetto modello nordico. Un modello che criminalizza la clientela e che rappresenta una tendenza diffusa in Europa, ma che è estremamente pericoloso per le lavoratrici sessuali, perché aumenta la precarietà, l’isolamento e l’esposizione alla violenza.
Pratiche quotidiane. Come si può essere buone alleate? Che consigli daresti alle compagne di oggi e di domani?
Per essere buone alleate bisogna, senza troppi giri di parole, entrare a gamba tesa in ogni discussione in cui si fa qualunquismo sul lavoro sessuale. In Italia chiunque si sente legittimato ad avere un’opinione sul sex work: “bisognerebbe riaprire le case chiuse”, “bisognerebbe legalizzarlo”, “secondo me no”. Questo tipo di retorica va interrotta e smontata, perché molto spesso le sex worker non riescono a prendere parola a causa dello stigma.
Essere alleate significa anche mettersi in ascolto delle lavoratrici sessuali. Non tutte parlano pubblicamente, ma questa tendenza sta cambiando. È fondamentale non sovrapporre automaticamente le istanze femministe a quelle delle sex worker, e non dare per scontato che coincidano sempre. Il lavoro sessuale è complesso e va affrontato senza semplificazioni.
Un altro punto centrale è il sostegno economico ai collettivi e alle associazioni di lavoratrici sessuali. Quello che fanno queste realtà non lo fa nessun altro. Prendo l’esempio di Ombre Rosse: attraverso il fondo cassa facciamo ridistribuzione del reddito. Se una collega si ammala o non può lavorare per un periodo, il fondo serve a garantire che possa comunque sopravvivere.
Esistono diverse realtà in Italia che lavorano in modo serio sulla tutela delle sex worker: il Comitato per i Diritti Civili delle Prostitute, il Movimento Identità Trans, SWIPE e molte altre. È importante sostenere economicamente quelle associazioni che offrono supporto concreto, producono riflessione politica strutturata e lavorano anche sul piano legislativo.
La condivisione dal basso è fondamentale, ma è altrettanto importante che queste riflessioni escano dalle cerchie militanti e contaminino chi non fa attivismo, aprendo spazi di consapevolezza e cambiamento reale.
Per cambiare davvero le cose, dobbiamo partire dall’ascolto e dal coinvolgimento reale delle organizzazioni guidate da sex worker. Questo significa anche garantire risorse e fondi a chi porta avanti ogni giorno la lotta per diritti, tutele e politiche migliori.
Rivendichiamo un approccio intersezionale che riconosca come razzismo, confini, genere, sessualità, abilità e condizioni economiche modellano l’esperienza di chi fa sex work. E continuiamo a sostenere con forza la decriminalizzazione totale, perché salute, sicurezza e diritti lavorativi non sono negoziabili.
Accanto a questo, servono politiche sociali che vadano alla radice delle disuguaglianze: rompere le norme di genere oppressive, combattere la povertà, garantire l’accesso alla casa, alla scuola, a un lavoro dignitoso, e riconoscere pieni diritti a tutte le persone migranti, anche prive di documenti. Solo così possiamo costruire una giustizia sociale, economica e di genere che includa davvero tuttə.
Questa newsletter sarà PIENA di tutto quello che non vogliono farci dire. Di parole inquiete, voci che disturbano, esperienze che rompono l’ordine e rivendicano visibilità. Perché l’aborto è pieno: di corpi, di scelte, di possibilità.
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Ciao grazie per la newsletter. Mi ha colpito l’associazione fra sex work e lavoro di cura. Non ci avevo mai pensato prima in questo senso. Ci sono letture ulteriori che consigliare su questo tema?