È ora di sputare anche su Ippocrate
Nella scorsa uscita abbiamo parlato di giustizia riproduttiva: non solo come diritto di scegliere, ma come possibilità concreta di farlo in una società che sostiene ogni scelta. Ma cosa succede quando è proprio la medicina — l’istituzione che dovrebbe prendersi cura — a non saper ascoltare? In questo nuovo numero, allarghiamo lo sguardo e ci addentriamo in un altro terreno in cui l’autodeterminazione viene spesso negata: la salute delle persone con utero. Un campo dove il silenzio istituzionale, la medicalizzazione forzata e l’invisibilizzazione delle esperienze continuano a ostacolare l’accesso alle cure.
Disclaimer iniziale: Nel corso di questo articolo, verrà usata l’espressione *persone con utero*, quando parliamo del presente, perché è necessaria per riconoscere la molteplicità di corpi e identità che la medicina continua a non vedere. Quando attraverseremo la storia, comparirà il termine *donne*, perché sono le fonti stesse a usare questa parola come categoria rigida e totalizzante, incapace di immaginare altre soggettività.
L’intera vicenda della medicina occidentale potrebbe essere riletta come un lunghissimo fraintendimento culturale: per secoli ci si è convintə che il corpo maschile fosse la misura di tutto, la forma “naturale” dell’essere umano, mentre qualsiasi corpo che non vi corrispondesse veniva immediatamente interpretato come difettoso, eccentrico, incontrollabile, fragile. Non è un incidente isolato o un’imprecisione scientifica: è una scelta politica travestita da oggettività. È una scelta che ha plasmato, in modo sotterraneo e tenace, pratiche cliniche, indagini diagnostiche, teorie anatomiche. Lo si vede con Ippocrate: la sua scuola immaginava l’utero come un animale inquieto che vagava per il corpo provocando soffocamento, angoscia e disperazione. Il dolore mestruale, visto come una faccenda naturale, non era considerato un sintomo, ma la condizione. In sintesi, il dolore delle donne non interessava come esperienza, ma come conferma della loro posizione sociale: il destino della sofferenza.
Sorano, con la sua ostinazione, tentò di spezzare quella narrazione. Negò che l’utero si muovesse, negò che il dolore fosse naturale, negò che la fisiologia femminile fosse un caos per definizione. Per un attimo la medicina sembrò sul punto di correggersi. Non durò: Galeno riportò tutto alla sua forma disciplinare originaria, sancendo la gerarchia tra corpi. La donna tornò inferiore, incompleta, imperfetta e con lei il suo dolore, che cessò di essere un problema medico e tornò ad essere un tratto identitario. Nel Medioevo questa costruzione divenne ancora più feroce: al discorso medico si sovrappose quello religioso, e la sofferenza venne proclamata come destino morale, punizione biblica, segno di impurità. La modernità anatomica non cambiò lo scenario. Vesalio sezionava, Falloppio catalogava, ma il corpo femminile restava una macchina riproduttiva da osservare, non un soggetto da ascoltare. Le tavole anatomiche fissavano uteri perfetti e immobili, staccati completamente dalla realtà vissuta dalle persone. La ginecologia ottocentesca, poi, costruì il suo potere su corpi schiavizzati, studiati, incisi e sperimentati senza anestesia. Il dolore veniva negato se proveniente da un corpo femminile, soprattutto se quel corpo era nero, povero o disprezzato dalla gerarchia sociale.
Con la nascita della psicoanalisi, fu solo spostata l’attenzione dall’apparato riproduttivo a quello psichico e il dolore femminile continuò ad essere trattato con sospetto: quando non rientrava nei parametri conosciuti — cioè maschili — si assumeva fosse esagerato, simbolico, immaginario. La medicina preferì interrogarsi sulle emozioni delle donne anziché sulle carenze della propria scienza.
Considerando questo excursus storico, non ci stupisce che ancora oggi molte condizioni cliniche che riguardano i corpi delle persone con utero, come la vulvodinia o l’endometriosi, continuino a essere invisibilizzate. Per esempio, il motivo per cui l’endometriosi è poco compresa, poco diagnosticata, poco studiata non è la sua complessità clinica, ma la cultura che la circonda. La stessa che ha fabbricato l’idea del dolore mestruale come inevitabile. Se in questo scenario Sorano è un’eccezione, la regola resta non credere al dolore pelvico, normalizzarlo, sminuirlo.
L’endometriosi è una patologia immuno-infiammatoria sistemica, in cui tessuti simili all’endometrio crescono fuori dall’utero, infiammandosi, sanguinando, provocando aderenze, cisti, dolori intensi, effetti su intestino, vescica, diaframma. Non è una malattia ginecologica in senso stretto, ma una condizione complessa che coinvolge più apparati. Oggi una persona con utero può convivere per anni con sintomi atroci prima di ottenere una diagnosi. Non perché sia difficile riconoscere la malattia ma perché si continua a dubitare del dolore della persona. Il ritardo diagnostico non è un incidente bensì un prodotto storico. È la somma delle teorie ippocratiche, delle punizioni medievali, delle anatomie moderne, dell’isteria freudiana, del paternalismo clinico novecentesco.
La medicina non è neutra: è un dispositivo che riproduce il mondo da cui nasce, un mondo ancora profondamente patriarcale, eteronormativo e razzializzato. Le persone trans e non binarie con utero affrontano medici non formati, strutture che non riconoscono la loro identità, protocolli costruiti per le donne cis, ostilità esplicite o implicite. Entrano in ospedale sapendo di dover giustificare la propria presenza ancora prima del proprio dolore. Le persone razzializzate incontrano pregiudizi radicati, come quello — terribile e persistente — che le vuole più resistenti al dolore. Le persone povere incontrano ostacoli economici, liste d’attesa infinite, impossibilità di accedere a centri specializzati, terapie complementari non coperte dal sistema pubblico. La salute non è un diritto se il sistema la concede solo a chi può pagarla o a chi ha il privilegio di essere credutə. Il problema non è solo culturale ma riguarda l’organizzazione stessa delle istituzioni sanitarie. I corpi marginalizzati vengono trattati come estensioni fastidiose del sistema, non come utenti primari. La medicina di genere, per quanto preziosa, è un correttivo minimo dentro un edificio che continua a poggiare sulle stesse fondamenta patriarcali: serve, ma non basta. Parlare di endometriosi, allora, diventa un atto di rottura. Significa denunciare un fallimento strutturale. Significa rifiutare l’idea che il dolore sia normale. Significa dire che ciò che viene spacciato per fisiologia è spesso solo politica non dichiarata. Significa reclamare una medicina che non abbia paura di riconoscere i propri limiti, che sappia ascoltare senza sospetto, che non trasformi la sofferenza in un tratto del carattere o in un destino inevitabile.
Non è l’endometrio ad essere errante: è la medicina che vaga senza bussola da secoli. Ritrovare la direzione non è un gesto di gentilezza, ma un dovere etico e politico. Perché il dolore non è una metafora, non è un simbolo, non è un’esagerazione, è una realtà concreta. Le persone con utero meritano una medicina che le consideri, una ricerca che le includa, istituzioni che le rispettino. Meritano un sistema che non confonda più il silenzio per natura e la sofferenza per destino. Una medicina che non ascolta è una medicina che esercita potere, non cura. E questo potere va decostruito, una parola alla volta, un dolore alla volta, un corpo alla volta.
Bibliografia:
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- Tognazzi Giada, La concezione biologica della donna nel Corpus Hippocraticum: dalla teoria alla terapia, Genre & Histoire, 2, 2008
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- Labinjo T, A Review of the Prevalence of Endometriosis in African Women, J Womens Health, Issues Care 9:4. Received: July 27, 2020 Accepted: August 17, 2020 Published: August 21,2020.
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- Nezhat C., F. Nezhat, C. Nezhat. Endometriosis: Ancient Disease, Ancient Treatments. Fertility and Sterility (2012) 98 (6): S1.
- Sady Doyle Jude Ellison, Il mostruoso femminile. Il patriarcato e la paura delle donne, TLON, 2019
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