Il potere, le alleanze e le minacce: sessualità, riproduzione e genere come campo di battaglia
Carissimə,
Speriamo abbiate passato un ottimo 28 Settembre festeggiando la giornata dell’aborto libero, sicuro, gratuito e per tuttə nei vari eventi che le collettive di tutta Italia hanno organizzato.
In questo articolo parleremo dei sistematici attacchi ai diritti sessuali e riproduttivi e alla salute delle persone insieme a Roberta Parigiani, portavoce del Movimento Identità Trans (MIT), che recentemente è stata bersaglio dei movimenti Anti-Diritti.
A partire dalle recenti vittorie elettorali delle destre in diversi paesi (Italia, Stati Uniti, Ungheria…) abbiamo visto come l’accesso ad alcuni diritti, tra cui quelli sessuali e riproduttivi, stia iniziando ad essere sempre più difficile. Quelli che sembravano essere diritti acquisiti vengono messi in discussione e quelli che invece devono essere ancora riconosciuti sono sempre più ostacolati. In questo scenario, anche i gruppi che si occupano della difesa o dell’attacco ai diritti sessuali e riproduttivi hanno modificato le loro strategie di azione e di comunicazione e si trovano ad essere coinvolti in arene di confronto, politico, economico, sociale con regole in continuo cambiamento.
I diritti sessuali e riproduttivi sono, a livello politico, categorie fisse definite da principi regolatori rigidi e implicano un riconoscimento da parte dello Stato e delle istituzioni, con norme che lo regolano. Ogni diritto per essere compreso, fino in fondo, deve essere inserito all’interno di un contesto che è geografico, politico, economico, sociale e culturale.
Storicamente, il movimento femminista ha sostenuto che l’aborto non doveva essere un diritto concesso dallo Stato, ma piuttosto un possibilità di scelta fondamentale sul proprio corpo. Se consideriamo queste esperienze come atti di autodeterminazione, il nodo della questione non è tanto rivendicare il permesso di compierli ma opporsi ad imposizioni o limitazioni che ne ostacolino l’accesso.
Il gioco del conflitto e del confronto tra i diritti permette a schieramenti di attivisti, opposti tra loro, di costruire ed utilizzare un determinato linguaggio nell’arena politica, sia nazionale che internazionale.
Spesso, chi sostiene una determinata causa, delegittima la posizione avversa definendola immorale, non democratica, persino eversiva, utilizzando affermazioni e giudizi morali per rafforzare la propria narrazione sui diritti in questione.
Per comprendere il dibattito e i diversi posizionamenti politici ed etici attorno ai temi di cui ci occupiamo, scegliamo in questa newsletter di parlare di movimenti Pro-Diritti e Anti-Diritti.
È importante però sottolineare come questa distinzione, quando si tratta di alcuni temi specifici, non sia così netta, basti pensare, per esempio, ad alcune femministe che si oppongono ai diritti delle persone trans o ad alcune associazioni di lesbiche che hanno accolto con soddisfazione il decreto che ha reso la Gestazione per Altri (GPA) un reato universale, usando le stesse narrazioni e rivendicazioni dei movimenti Anti-Diritti.
L’utilizzo dei termini Pro-Diritti e Anti-Diritti ci sembra il modo più efficace per superare definizioni fuorvianti, come quella di Movimento Pro-Life, che implicitamente suggerisce che chi è dall’altra parte della barricata sia contro la vita.
I movimenti contro l’aborto, contro le famiglie omogenitoriali, contro le persone trans si autodefiniscono Pro-Life, Pro-Vita, in italiano e di questa definizione si è appropriato in maniera acritica il linguaggio comune. I movimenti Pro-Diritti lavorano per ampliare tutele e libertà, mentre quelli Anti-Diritti si oppongono a questi riconoscimenti, limitando le possibilità di scelta individuale.
Spesso si usano i termini Pro-Scelta e Anti-Scelta, ma non sono del tutto corretti. Infatti, anche dove il diritto di scegliere è garantito, disuguaglianze strutturali e fattori personali, sociali ed economici limitano davvero le possibilità delle persone. Per questo, invece di espressioni fuorvianti come Pro-Vita o Anti-Scelta, preferiamo parlare di Pro-Diritti e Anti-Diritti.
Le azioni sociali e politiche che si costruiscono sulla necessità di riconoscere o negare l’accesso a determinati diritti si traducono in processi legislativi e giuridici che, come ormai evidente, favoriscono le parti sociali che godono di maggiori finanziamenti. Questo riflette un modello politico neoliberale, che promuove un certo tipo di società civile a spese dell’apparato statale. Il fatto che alcuni gruppi possano accedere a risorse finanziarie e utilizzarle per le proprie rivendicazioni politiche conferisce loro un potere anche nella definizione stessa dei diritti. In questo momento, in Italia e a livello internazionale, i movimenti Anti-Diritti godono di un netto vantaggio rispetto ai movimenti Pro-Diritti, sia dal punto di vista finanziario che per il sostegno delle forze politiche al governo. I movimenti Pro-Diritti, al contrario, hanno difficoltà ad accedere a risorse e visibilità, con un impatto diretto sulla loro capacità di influenzare il dibattito pubblico.
A partire dall’inizio dell’ultima legislatura, nel 2022, Fratelli d’Italia ha svolto un ruolo fondamentale nel sostenere i movimenti Anti-Diritti, come ha evidenziato la firma da parte di numerosi suoi candidati e candidate al manifesto di ProVita & Famiglia. Un impegno che li ha visti rappresentare e condividere i valori di questi gruppi ossia l’opposizione all’aborto, ai diritti LGBTQIA+, all’affermazione di genere e alla procreazione medicalmente assistita. L’intensificarsi della relazione tra forze governative e movimenti Anti-Diritti ha portato a due risultati: da una parte Giorgia Meloni è riuscita ad assumere un ruolo politico di primo piano a livello internazionale; dall’altra Fratelli d’Italia si è garantito l’accesso a diversi canali di finanziamento legati a questi movimenti, come già denunciato da diverse inchieste.
Il partito e i suoi eletti sono diventati il veicolo per amplificare le istanze di questi movimenti, fungendo da strumento legislativo. Mentre gli attivisti anti diritti si occupano di fare pressione e sviluppare elaborazioni ideologiche; il partito cerca di tradurre in leggi le rivendicazioni. Sebbene le leggi in materia siano ancora scarse, fin dall’inizio della legislatura si è assistito a una crescente diffusione di discorsi contrari alle persone LGBTQIA+, al gender e all’aborto.
Giorgia Meloni ha consolidato il suo legame con la destra internazionale attraverso i movimenti Anti-Diritti, dimostrando come questa rete globale eserciti un’influenza significativa sulle politiche nazionali.
Dopo la sua seconda vittoria, a gennaio del 2025, Trump ha subito intrapreso un’azione sistematica per smantellare i diritti fondamentali, in particolare riguardo alla salute sessuale e riproduttiva, ai diritti LGBTQIA+ e delle persone marginalizzate.
In questo clima generale si iscrivono alcuni dei più recenti avvenimenti. L’amministrazione Trump ha deciso di distruggere contraccettivi a lunga durata, per un valore di quasi 10 milioni di dollari, originariamente destinati a donne che vivono in zone di crisi all’estero, tra cui figurano dispositivi intrauterini (IUD) e impianti. Parallelamente, è stato annunciato l’intento di dirottare i fondi destinati alla contraccezione per finanziare un “centro di formazione sull’infertilità”. Il Dipartimento della Salute ha dichiarato che condurrà un proprio studio sul mifepristone (da noi comunemente chiamato RU486), con l’obiettivo di valutare eventuali limitazioni all’accesso al farmaco, sostenendo di voler così “tutelare la salute e la sicurezza delle donne in gravidanza”.
Sul fronte dei diritti delle persone trans e non binarie, l’amministrazione è stata accusata da 17 funzionari democratici di aver esercitato pressioni illegali su ospedali e medici affinché sospendessero le cure di affermazione di genere per i giovani, anche negli stati in cui tali trattamenti restano legali. Sono state emesse citazioni in giudizio, avviate indagini sui fornitori e celebrata pubblicamente la sospensione delle cure, presentata come misura di “prevenzione delle frodi”. Si tratta, di fatto, di un tentativo federale di imporre un divieto nazionale ai trattamenti per i percorsi di affermazione di genere per i minori, nonostante non esista alcuna legge federale che li vieti.
Con queste mosse, Trump ha così lanciato un chiaro segnale anche agli alleati internazionali, rafforzando ulteriormente il movimento conservatore e anti diritti a livello globale.
Il legame tra Meloni e Trump è sempre più forte e lo scenario che abbiamo di fronte è drammatico per chi subisce direttamente le conseguenze di queste decisioni politiche.
Per comprendere meglio le dinamiche dei rapporti tra movimenti Pro e Anti-Diritti e quello che sta succedendo in Italia soprattutto a partire dalle ultime elezioni politiche abbiamo scelto di intervistare Roberta Parigiani, avvocata e attivista, portavoce e vicepresidente del MIT – Movimento Identità Trans.
Le abbiamo chiesto di raccontarci un po’ la sua storia di attivismo e le ultime vicende che l’hanno vista coinvolta come oggetto di critiche e di attacchi sia da parte del Movimento Pro-Vita sia da esponenti del governo, come il Sottosegretario al Ministero dell’istruzione Sasso.
Roberta Parigiani: Ho iniziato a capire l’importanza del rapporto tra corpo e politica più o meno una decina di anni fa che è il periodo durante il quale ho iniziato ad avvicinarmi all’attivismo a Siena, soprattutto all’epoca avevo attraversato Arci Gay. Poi, qualche anno dopo, ho iniziato ad avere una visione separatista e non necessariamente in linea con quelle che erano le visioni dell’associazione. Ho incrociato Porpora e il MIT e quindi progressivamente mi sono avvicinata a quella realtà fino a diventare membro del direttivo, poi vice presidente e, da tre o quattro anni, portavoce. Questa cosa ha comportato automaticamente una maggiore visibilità del mio ruolo all’interno del contesto associativo attivistico e mi ha necessariamente introdotta a una maggior prudenza. A un maggior bilanciamento delle cose che si dicono, che si affermano, ma anche a una escalation di attacchi che fino al precedente governo erano molto pochi, se non nessuno in realtà. Progressivamente, soprattutto dal 2023 in poi, questi attacchi sono diventati invece sempre più presenti, fino alle vicende degli ultimi periodi dove mi sono vista al centro del dibattito da parte di alcune persone che, appartenenti alla maggioranza di governo, conducono determinati tipi di battaglie non in linea con quelle che sono le istanze della comunità. E questa visibilità, indotta dal ruolo, tra virgolette, e dal contesto in realtà politico, poi ha portato una polarizzazione incredibile. Non è che faccia cose particolarmente diverse da quelle che facevo una manciata di anni fa. Quello che è diverso è però l’attenzione politica che c’è sulle questioni trans. Io avevo già accolto nel mio, nel corpo politico, nel corpo trans questa attenzione, ma soprattutto la destra occidentale ha incentrato molte delle sue azioni di governo sull’oppressione di alcune soggettività, minorizzate, tra cui soggettività trans che, nonostante numeri non enormi, evidentemente sono in grado di congelare buona parte dell’attenzione delle destre. Le istanze della comunità sono le stesse da 10 anni, l’ultima azione che è andata a influire sui diritti della comunità di LGBTQIA+ riguarda le unioni civili del 2016. Da lì in poi le istanze politiche sono rimaste identiche. Eppure non abbiamo avuto, per un lungo periodo, un contesto di visibilità politica e mediatica delle nostre rivendicazioni, delle nostre battaglie, degli attivisti e delle attiviste della comunità. Questa visibilità è arrivata di recente, soprattutto in Italia, perché c’è questo governo che nonostante avesse detto di non volersi interessare alla comunità, già dal 2023, più o meno con l’interrogazione di Gasparri al Senato, aveva già iniziato a fare degli affondi sul diritto alla salute delle persone trans. Inoltre, non possiamo dimenticarci che questo avviene nel contesto generale, il contesto occidentale: il Regno Unito è probabilmente il paese dove si vede di più questa cosa, dove maggiormente c’è una polarizzazione, da parte del femminismo terf che risale a non più di 5-6 anni fa. Non c’era questo tipo di attacco prima.
Noi diciamo sempre le stesse cose da almeno 10 anni, ma soltanto adesso veniamo attaccate all’interno del parlamento da parte dei membri delle forze di maggioranza, soltanto adesso vediamo disegni legislativi che vanno a privarci del diritto alla salute. Questo non è che premia le precedenti compagini governative, quantomeno ne denota il fatto che hanno avuto un disinteresse nei nostri temi e se non addirittura il fatto che se oggi sono a rischio è perché le precedenti compagini non le hanno messe a riparo. Però è un dato che l’attacco avviene proprio ora. Adesso c’è questa polarizzazione.
Che cosa è successo e cosa significa essere oggetto e bersaglio di attacchi, a livello politico?
Roberta Parigiani: Nel tempo ho avuto l’occasione di confrontarmi, per così dire, con esponenti della maggioranza e delle destre, già da un paio di anni. Mi confronto regolarmente con queste persone che sia in televisione, oppure in dibattiti di qualche natura, o anche scrivendo per i giornali, però quello che è successo è che recentemente sono stati discussi alla Camera alcuni disegni legge soprattutto sull’introduzione del consenso informato preventivo nelle scuole, collegato anche alle carriere alias, tutti aspetti che hanno molto a che fare con il genere. In questo dibattito tra le persone sentite alla camera ci sono stata anche io. Questa volta però il giorno dopo delle mie audizioni in Parlamento Pro-Vita ha preso degli estratti dell’ audizione facendo dei montaggi di parole e sostenendo che avessi detto delle cose, evidentemente molto contrarie alla loro visione, che è quella di negare il diritto all’autodeterminazione di genere. Hanno addirittura proprio preso la mia foto con nome, cognome, professione e tutta una serie di invettive nei miei confronti. Io non vi nascondo che, insomma, lì per lì mi ha fatto un po’ impressione però non ho dato seguito a questa cosa. Questa modalità evidentemente ha attirato l’attenzione di altre persone con le quali queste compagini collaborano, accanto a Pro-Vita c’è una grossa componente leghista e Pro-Vita stessa in qualche modo si interfaccia con la Lega e con esponenti della Lega. Una decina di giorni fa, l’onorevole Rossano Sasso in persona ha fatto la stessa cosa che fa Pro-Vita, cioè ha preso una mia foto. Rossano Sasso è un deputato che ha in questo momento in discussione disegni di legge proprio su questo tema. Prende la mia foto, prende il mio nome, il mio cognome, la pubblica su tutti i suoi social e mi attribuisce delle affermazioni da me non proferite. Nell’arco di 4 giorni ho ricevuto circa 4.000 messaggi diffamatori sulle varie piattaforme social, email, anche al telefono, minacce di morte. Sono stata costretta ad annullare alcune iniziative, ho querelato Sasso, anche se potrebbe essere protetto dall’immunità parlamentare, ma questo lo si dibatterà. E questa cosa bilanciata al fatto che io da tempo sono nota a questi soggetti, ha polarizzato su di me una specie di visibilità non richiesta che vede in me il capro espiatorio di tutte quelle che sono le storture della destra e che vuole fare ricadere sulle questioni trans. Quindi in questo momento quello che io vedo su di me, ma su di me in maniera puramente incidentale, perché sicuramente sono tra le persone che ha dei ruoli rappresentativi, ma non sono certo l’unica. L’attacco, ecco, che le destre hanno messo in campo è l’attacco ad ominem, l’attacco personalistico, l’attacco fatto per fiaccare la persona che lì per lì ti fa ovviamente un po’ ripensare alla tua esposizione, alla tua visibilità e dire: “aspetta, forse dobbiamo fare un passo indietro”. Questa modalità in Italia non c’era, forse la cosa più simile l’abbiamo vista con la strategia comunicativa utilizzata da Matteo Salvini, però non era stata strutturata esattamente così, con questa rete capillare di alleanze che individuavano una persona e poi cercavano di affossarla il più possibile.
Che cosa significa, invece, a livello personale essere il bersaglio del movimento Anti -Diritti?
Roberta Parigiani: Facendo un’analisi più lucida, distaccata, che a prescindere dal fatto che io sia oggetto dell’attacco, è esemplificativa del fatto che c’è un coordinamento quantomeno a livello occidentale e che il collegamento con gli Stati Uniti è fortissimo.
Allora, a livello personale vuol dire dover avere delle precauzioni particolari, chiaramente. Cioè, vuol dire che io ormai sto facendo così: quando vengo invitata in situazioni che non conosco chiedo ad esempio di non condividere l’orario e il luogo preciso se non proprio all’ultimo momento. In alcuni contesti ho avvisato la digos della mia presenza e poi alcune volte mi viene detto di non andare, altre normalmente vado. Questo significa ricevere delle minacce, io sono una persona facile da individuare, dove sta il mio ufficio oppure la sede dell’associazione dove opero. È importante in questo momento avere delle precauzioni, delle accortezze, ma non dare segnali di cedimento, perché se si danno segnali di cedimento in questo momento si dà anche il feedback di cui hanno bisogno per dire “Beh, stai operando bene”. Leggere il fatto che loro si siano inaspriti su alcune persone, su di me, ad esempio, mi fa pensare che sia il segnale che tutto sommato stiamo dando fastidio, quindi è il segnale che dobbiamo continuare.
Questi attacchi hanno avuto un impatto nella strategia del movimento trans?
Roberta Parigiani: Rispetto ai cambiamenti della nostra strategia, dobbiamo dire che noi per tanto tempo abbiamo evitato contatti con la politica istituzionale, con la politica. Ne abbiamo avuti molto pochi perché crediamo nel movimento dal basso però abbiamo anche capito che ci servono ora delle alleanze anche all’interno di questi contesti. Ed è vero che questo clima, questa situazione, ha creato una possibilità di maggiore comunicazione, di creare una rete. Le forze di opposizione sanno con chi dialogare, hanno un canale e noi possiamo avere una protezione. Focalizzare anche la comunicazione su questi tipi di attacchi fa dire: “Attenzione, sta succedendo qualcosa, accendiamo una luce”. Questa cosa, inoltre in teoria, dovrebbe dissuadere. Poi, nella prospettiva di una speranza che non si vada verso Meloni due e che a un certo punto ci siano delle forze di centrosinistra che diversamente da cosa è stato fatto fino a oggi magari siano in grado effettivamente di mettere il movimento trans in una comunicazione molto più serrata e soprattutto di recepire quelle che sono le nostre istanze. Purtroppo più di questo noi non possiamo fare, non possiamo certo smettere di fare le lotte, non possiamo certo abbassare l’asticella delle rivendicazioni. Anzi dobbiamo pluralizzarci e dobbiamo alzare l’asticella, e fare in modo che a portarla avanti siano tante persone e che anche le istituzioni capiscano e siano sensibili su questo, perché se non le rendiamo sensibili noi, certamente non lo sono da sole. Inoltre è giusto, è normale che prima o poi la nostra comunità abbia una rappresentanza diretta, è doverosa questa cosa.
Rispetto a questi attacchi istituzionali al diritto alla salute avete sofferto un taglio di finanziamenti?
Roberta Parigiani: Le scelte che abbiamo fatto sono sempre state legate al fatto che abbiamo sempre un po’ cercato di scansare i rainbow washing delle aziende o comunque dei grandi capitali e quindi l’alternativa sono i fondi pubblici, anche perché poi una questione politica è che sono fondi che ci spettano perché sono fondi che appartengono a tutte le persone e quindi vogliamo attingere anche noi. Assolutamente sì, abbiamo visto dei tagli su alcune progettualità, abbiamo visto bandi che prima c’erano e poi non ci sono stati più e questo sul fronte pubblico. Noi sappiamo, ad esempio, che UNAR, l’Ufficio nazionale antidiscriminazioni razziali dipende dalla Presidenza del consiglio dei ministri, soprattutto dalla ministra Roccella. Questa ministra, subito dopo essersi insediata, ha espressamente detto che tra le politiche relative alla parità non rientrano quelle legate alle persone della comunità trans. È chiaro che anche i fondi dipendono da quell’ufficio e quindi ci si poteva aspettare solamente i tagli ai progetti. Come per esempio i tagli ai progetti che riguardavano l’infanzia o l’accesso alla scuola per arginare le discriminazioni che abbiamo subito. Anche dagli Stati Uniti abbiamo perso dei finanziamenti soprattutto da parte di fondazioni che finanziavano progetti.
Oltre ad avere accesso a molti fondi, i movimenti Anti-Diritti hanno delle strategie di comunicazione molto elaborate. Queste strategie appaiono, in questo momento storico, vincenti: quali sono gli elementi che le definiscono e perché sembrano essere così efficaci?
Roberta Parigiani: Le destre sono molto più preparate di noi, questo forse è brutto dircelo, ma a livello comunicativo sono molto, molto, più capaci di noi e soprattutto hanno avuto decenni per prepararsi a questa fase e quindi hanno costruito un humus che la sinistra non ha costruito. C’è stata per anni la presunzione di avere la supremazia morale. Questa cosa non ha consentito, anzi, ha di fatto inibito il dialogo con le persone, con la comunità, con l’elettorato. La destra invece l’ha fatto, se l’è costruito perché non ce l’aveva. Ed oggi che cosa fa? Fa una retorica, spicciola, una retorica molto di slogan, ma ha creato un terreno tale dove non siamo in grado di rispondere con gli slogan perché loro fanno delle azioni e degli attacchi che sono talmente articolati e complessi che tu non sei in grado, con lo slogan, di far vedere questa cosa qua, mentre loro sì. E questo è il frutto di lavoro di anni che adesso vediamo.
La testimonianza di Roberta Parigiani ci ricorda che gli attacchi personali e politici non sono episodi isolati, ma parte di un disegno più ampio volto a limitare la libertà e l’autodeterminazione di tuttə.
Se i movimenti Anti-Diritti hanno investito per anni nella costruzione di una narrazione efficace la nostra sfida oggi è rendere visibili le nostre istanze senza arretrare di fronte agli attacchi. È vero che i movimenti Anti-Diritti dispongono di più risorse e di maggiore spazio politico ma ,come sottolinea Roberta, proprio questo dimostra che le battaglie della comunità transfemminista stanno facendo la differenza. Essere sotto attacco significa aver incrinato un sistema che vorrebbe cancellarci e per questo non possiamo fermarci. Dobbiamo continuare a costruire reti, a denunciare pubblicamente gli abusi e a pretendere dalle istituzioni protezione e accesso alla salute, solo così potremo trasformare la polarizzazione che viviamo oggi in nuove possibilità di cambiamento. Non si tratta solo di reagire, ma di immaginare e praticare un futuro in cui l’autodeterminazione sia riconosciuta come valore fondamentale.
Questa newsletter sarà PIENA di tutto quello che non vogliono farci dire. Di parole inquiete, voci che disturbano, esperienze che rompono l’ordine e rivendicano visibilità. Perché l’aborto è pieno: di corpi, di scelte, di possibilità.
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