La lotta transfemminista si fa con le madri
Vi ricordate l’uscita di Piena sulla Palestina? Abbiamo parlato di giustizia riproduttiva come diritto all’autonomia e all’autodeterminazione, non solo individuale, ma anche familiare e collettiva. Abbiamo detto che riguarda non solo il diritto a non avere figlə, ma anche il diritto ad averne e a crescerlə in ambienti sani, sicuri, liberi da violenze e disuguaglianze. In questa prospettiva, la maternità non è una missione morale né un destino biologico, ma un diritto politico e sociale.
Oggi vogliamo proseguire.
Nel contesto italiano, questo sguardo ci porta a mettere in discussione due retoriche opposte, ma complementari: da un lato il natalismo di Stato, che incentiva la procreazione con bonus e slogan, ma ignora le disuguaglianze strutturali; dall’altro chi considera la maternità soltanto come vincolo o forma di oppressione. Queste due tensioni poggiano su una drammatica realtà italiana fortemente escludente verso famiglie con background migratorio, madri single, genitori omosessuali e famiglie povere.
In questa prospettiva, diventa inevitabile guardare anche al dibattito italiano sulla Gestazione Per Altri (GPA): un terreno dove il discorso pubblico si riduce spesso a contrapposizioni morali e identitarie, invece di interrogarsi su condizioni materiali, relazioni di potere, libertà coinvolte e autodeterminazione.
Tra questi estremi, la giustizia riproduttiva può aprire uno spazio nuovo: quello della possibilità reale di scegliere, in una società che sostenga tutte le scelte, non solo quelle più convenienti o ideologicamente accettabili.
Parlare di giustizia riproduttiva significa chiedersi chi può davvero scegliere, con quali tutele e con quali riconoscimenti.
In altri contesti, come gli Stati Uniti e l’America latina, il femminismo nero denuncia sin dagli anni Ottanta le violenze riproduttive subite dalle donne nere e razzializzate, dalla sterilizzazione forzata alla violenza ostetrica, legandole alle stesse strutture che producono la violenza della polizia nelle periferie urbane. Di fronte agli omicidi sistematici di giovani neri da parte dello Stato, molte madri hanno trasformato il dolore in una forma di resistenza collettiva, di mobilitazione politica, rivendicando verità, giustizia e memoria. Le immagini della settimana scorsa delle madri che, dopo una delle più grandi stragi avvenute in Brasile, tengono in braccio i corpi dei propri figli ammazzati dallo Stato, interrogano profondamente il senso stesso di “maternalità” in contesti segnati dalla violenza e dall’esclusione: quali possibilità di essere madri restano a chi soffre queste violenze? Attraverso la creazione di movimenti e associazioni queste donne hanno politicizzato l’esperienza del dolore, convertendo la perdita privata in un grido pubblico contro la violenza istituzionale. Hanno occupato e occupano lo spazio pubblico, i tribunali, le strade, i media, con i corpi e le parole, rifiutando il silenzio imposto dalla necropolitica che regola la vita e la morte nelle periferie. In tal modo, hanno ridefinito il significato stesso di maternità come lotta contro le strutture che la negano.
Ancora una volta è la prospettiva internazionale intrinseca nel femminismo, che ci aiuta porci domande per decostruire modelli e ampliare lo sguardo anche nelle nostre lotte locali
È da qui che partiamo per questa nuova uscita di Piena, dedicata alle maternità femministe. Vogliamo parlare di cosa significhi essere madri e femministe oggi, di come la cura, il lavoro, la libertà e il desiderio possano convivere e trasformarsi reciprocamente.
Per farlo, abbiamo scelto di dare voce a chi questa esperienza la vive ogni giorno: attiviste e femministe, che intrecciano la maternità alle proprie pratiche politiche e di lotta, raccontando cosa significa costruire maternità consapevoli, collettive e profondamente proprie.
Abbiamo raccolto alcune voci, che ci raccontano le maternità come luoghi di contraddizioni, desideri e scelte quotidiane. Le loro parole vogliono aprire uno spazio di ascolto, dove la maternità non è prescrizione, ma possibilità; non è destino, ma decisione. Insieme, compongono un racconto corale su cosa significhi, oggi, essere madri, femministe e attiviste. Vi lasciamo a loro.
Giulia
La dimensione femminista che ho tentato di attuare dal momento che ho scoperto il mio nuovo ruolo, iniziato ormai sette anni fa, di genitore è stata la creazione di una rete attorno a me, a miə figliə e alle persone che desideravano farne parte affinché si potesse superare e trasgredire il concetto di famiglia tradizionale, come unica risorsa per rispondere a problemi collettivi.
Ho provato l’esigenza di circondarmi comunque da persone scelte perché avevo bisogno di sentire che non ero solo madre, avevo bisogno di vivermi la quotidianità anche in quanto amica, sorella compagna femminista, abitante di un quartiere in cui mi voglio relazionare con vicini e conoscenti, in quanto donna, con interessi e impegni. Nonostante la società attuale non permetta tanto di organizzarsi la vita al di fuori dalle dinamiche di famiglia, soprattutto per noi donne, è stato necessario per me concentrarmi anche sulla vita sociale, su chi c’è fuori dalla mia sfera, anche far entrare chi aveva voglia di starci. Provare a creare il “famoso villaggio” è molto difficile, provo tanta solitudine nel processo di creazione, ma mi sembra che sia anche arricchente per loro bambinə avere persone di riferimento con cui creare relazioni di fiducia e affetto fin da piccolə e stimolante da un punto di vista sociale, intellettuale ed emotivo. Oltre a me, questa rete permette anche a chi ne ha il desiderio di creare una relazione privilegiata tra loro e ə bambinə (oltre che con adultə) con il tentativo anche di superare la dicotomia madri/non madri, lasciando spazio a persone vicine per avere un ruolo nella nostra vita quotidiana e contribuire alla dimensione educativa.
Infine, oltre a dare alla mia esperienza di maternità una dimensione politica di riflessione e mutuo aiuto di cui ho un’immensa necessità, è una soluzione collettiva di risposta ai problemi dovuti alla gestione quotidiana di figlə e dovuti alle difficoltà della maternità che ci viviamo ognuna da sola se non viene resa collettiva l’esperienza della genitorialità e della maternità.
Chiara
Possiamo immaginare femminismi che accolgano e valorizzino anche la maternità? La riproduzione sociale, non solo “fare figlə”, ma anche cucinare, pulire, prendersi cura di bambinə, anzianə, persone malate o fragili, mantenere relazioni, creare comunità, è necessaria? Se sì, perché non le riconosciamo valore e non riusciamo a dividerci il carico tra tuttə? Perché categorizziamo la maternità esclusivamente come una risposta ad un desiderio individuale?
Negli anni Settanta, il movimento femminista ha giustamente rifiutato il lavoro di cura gratuito e la maternità come destino, che ricadevano solo sulle donne. Come transfemministe, oggi raccogliamo quella eredità: sappiamo quanto sia importante l’indipendenza economica e cerchiamo di non lasciare che il lavoro di cura limiti i nostri progetti o la nostra libertà. Eppure bambinə, anzianə, persone disabili o fragili hanno ancora bisogno di attenzioni e tempo. Chi se ne occupa, allora?
Non abbiamo ancora raggiunto una vera equità nella divisione del lavoro di cura tra generi, ma l’alternativa può essere scrollarci di dosso questa responsabilità, magari affidandola al mercato o a lavoratorɜ migranti? Lo Stato può e deve fare di più, e dobbiamo continuare a chiederlo. Ma la cura, come gesto gratuito e investimento per la società che verrà/vorremmo, va davvero rifiutata del tutto? Oppure possiamo immaginare forme di cura solidali, eque e sostenibili, che non passino solo dal mercato o dal welfare statale?
Oggi, chi si fa carico della cura paga un costo alto, spesso invisibile: tempo, energia, opportunità. Il sistema di assistenza italiano si regge soprattutto su caregiver non retribuitə, spesso familiari, che sostengono da solə il peso della cura, con maggior rischio di povertà, isolamento e disagio.
Sostenere la riproduzione sociale non significa necessariamente fare figliə, ma promuovere una distribuzione più giusta del lavoro di cura e supportare chi se ne occupa, genitori o caregiver.
Come? Partendo dal riconoscere il valore sociale della cura e prendendone parte, come comunità e come individualità. Io credo serva, prima di tutto, un cambiamento culturale. Il mio auspicio per il futuro? Una maternità accolta nei femminismi, un reale riconoscimento del valore della cura, inclusione, supporto e assenza di giudizio.
Meri
Diventare mamma (femminista), e per di più di un maschio, è stato un momento di grande crisi. Ho dovuto rinunciare a parti di me che non immaginavo di sacrificare, e per quanto mi fossi preparata, non pensavo sarebbe stato così difficile conciliare maternità e femminismo. Mi sono chiesta spesso: “Perché il mio femminismo mi fa sentire in colpa?”. Anche nella coppia la parità si è rivelata più fragile del previsto: i famosi dieci giorni dei papà contro i mesi delle mamme da sole dicono già tutto.
Avere un figlio maschio mi ha spaventata. Non ci sono modelli di uomini femministi a cui ispirarsi, e crescere un maschio in questa prospettiva sembra più difficile, quasi contraddittorio. Eppure, proprio da questa difficoltà è nata una nuova forza: la consapevolezza che crescere un figlio maschio può essere una sfida politica, un’occasione di crescita personale e collettiva.
Mi ha aiutato molto la rete,seppur piccola, di altre donne e madri che mi hanno fatto sentire meno sola, anche solo con un messaggio o uno sguardo. Ma mi aspettavo che essere una mamma femminista mi avrebbe protetta di più, che sarei stata più forte. Invece, le difficoltà mi hanno travolta.
Nel femminismo, poi, credo non ci sia ancora abbastanza spazio per le madri. Non per mancanza di volontà, ma perché spesso la maternità ti porta fuori dalla bolla, tra persone con esperienze lontane dalle tue. Al nido o al parco mi accorgo che il lavoro di cura resta ancora sulle spalle delle donne: i padri si vantano di non essere nel gruppo WhatsApp dei genitori, come se fosse normale.
A volte sento che il femminismo ha ancora una certa diffidenza verso la maternità, come se fare un figlio fosse un tradimento. Ma io credo il contrario: il femminismo, applicato alla genitorialità, può davvero cambiare il futuro.
Quello che pesa di più, però, è la solitudine. Diventare madre significa entrare in una dimensione in cui tutto ruota intorno alla cura del bambinə, e la rete di prima sembra allontanarsi. È una solitudine individuale, ma anche politica. E proprio per questo, penso, c’è ancora tanto da fare.
Le testimonianze ci raccontano quanto il rapporto tra madri e transfemminismi non sia sempre semplice. Come collettive ci chiediamo: come agevolare questo rapporto?
Vogliamo immaginare un movimento capace di accogliere le madri, di sostenerle, di comprenderle davvero.
Possiamo superare quel velo di pregiudizio che ancora pesa sulle compagne madri? Possiamo rispondere insieme, in modo diverso, a quella solitudine che tante volte ritorna nei loro racconti?
Nelle reti e nelle collettive più giovani, spesso il discorso è: “Non vogliamo diventare madri, quindi non ci interessa parlare di maternità.” Eppure, col tempo, le domande cambiano. Le maternità possibili tornano a farsi spazio, alcune compagne scelgono di diventare madri, ma all’interno dei transfemminismi, per queste scelte, lo spazio rimane ancora troppo stretto.
Un grande tema attorno alla maternità è ovviamente il modello famigliare eteronormativo: è necessario sforzare questo modello in modo che non sia un muro tra chi sta dentro e chi sta fuori la “famiglia”. Ma c’è bisogno di immaginare lo spazio tra persone, con figli e senza, come ponti, come possibilità innovative di incontro e di ascolto reciproco.
Le maternità possono offrire nuovi punti di vista, capaci di potenziare il futuro che vogliamo costruire.
Immaginiamo un’accoglienza che vada oltre il mutualismo o lo “spazio bimbə”, importanti, certo, ma non sufficienti. Desideriamo una legittimazione piena delle esperienze e delle scelte di vita, che arricchisca lo sguardo collettivo, che renda le nostre lotte più concrete, più complesse, più umane.
Accogliere lo sguardo delle madri significa vedere di più, immaginare di più, costruire insieme un futuro più reale e più potente.
In una stessa vita possiamo abortire, partorire, costruire comunità: per tutto ciò vogliamo farci guidare dal desiderio ed eliminare ogni ostacolo.
-Il Manifesto della cura. Per una politica dell’interdipendenza di The Care Collective, Edizioni Alegre, 2021
-Le mamme dei pinguini di Klara Kocha, serie tv, Polonia, 2024
-Pose di Ryan Murphy, serie tv, USA, 2018
-Reproductive Justice: An Introduction di L. Ross e R. Solinger, University of California Press, 2017
-Witches di Elizabeth Sankey, documentario, Gran Bretagna, 2024
Questa newsletter sarà PIENA di tutto quello che non vogliono farci dire. Di parole inquiete, voci che disturbano, esperienze che rompono l’ordine e rivendicano visibilità. Perché l’aborto è pieno: di corpi, di scelte, di possibilità.
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Newsletter meravigliosa. Quando sono diventata madre ho pensato in qualche modo di avere tradito la mia identità femminista. Leggere Andrea O’Reilly mi ha aiutata a ripensare ad un femminismo più inclusivo rispetto alla mia nuova identità. Penso anche io, come voi, che maternità e transfemminismo insieme possano rivoluzionare l’idea di lavoro, amicizia e città. Insomma, il modo in cui stiamo, viviamo e GENERIAMO insieme.