Le cose che teniamo al sicuro: le pratiche di resistenza in Palestina
Carissimə
Vi scriviamo con la potenza delle recenti mobilitazioni per la Palestina ancora negli occhi. Le abbiamo attraversate in questi giorni, come negli ultimi anni perché, contrariamente a chi perpetua la narrazione antistorica dei media mainstream, sappiamo che l’oppressione del popolo palestinese non è cominciata il 7 ottobre. Allora oggi non possiamo e non vogliamo che scrivervi a proposito della resistenza palestinese.
Quando parliamo di giustizia riproduttiva, parliamo di diritto all’autonomia e all’autodeterminazione individuale, familiare, comunitaria, su ogni decisione relativa alla sfera sessuale e alle pratiche riproduttive. Ciò include il diritto di avere o non avere figli; il diritto di partorire liberə da oppressione, sfruttamento e violenza; il diritto di creare e crescere famiglie in ambienti sicuri e con accesso a risorse quali cibo, acqua, elettricità e cure mediche. In Palestina tutto ciò non è possibile da tempo.
Per provare ad affrontare tutto ciò iniziamo da una poesia che parla di casa, perché la giustizia riproduttiva non riguarda solo il diritto ad abortire, avere accesso alla salute, scegliere di avere una gravidanza, ma il diritto ad avere uno spazio in cui crescere, guarire, resistere; il diritto al vivere insieme.
Verso casa
Ho bisogno di parlare di un soggiorno*
dove i miei bambini cresceranno senza orrore.
Ho bisogno di parlare di un soggiorno dove gli uomini
della mia famiglia tra i sei e i sessantacinque anni
non vengano costretti a marciare verso la morte.
Ho bisogno di parlare di un soggiorno
dove posso sedermi senza il dolore, senza piangere
per i miei cari
dove non devo chiedere dove sia Abu Fadi
perché lui sarà lì accanto a me.
Ho bisogno di parlare di un soggiorno
perché ho bisogno di parlare di casa.
Sono nata donna nera
e ora
diventerò palestinese
di fronte alla risata ostinata del male
c’è meno, sempre meno, soggiorno
e poi, dove sono i miei cari?
È tempo di farsi strada verso casa
*NdT: Traduciamo alternatamente con ‘soggiorno’ e ‘spazio vitale’ (al terzultimo verso) l’espressione living room, che crea un gioco di parole intraducibile in italiano. Il termine consueto per indicare, in inglese, il soggiorno, o il salotto di casa, contiene infatti un riferimento diretto alla vita (living). Living room è a un tempo concreto spazio domestico e possibilità vitale.
Le parole sono di June Jordan, poeta e attivista afroamericana, all’indomani del massacro di palestinesi avvenuto a Sabra e Shatila nel 1982. La prima metà della poesia, che non trascriviamo qui, riporta le pratiche messe in atto già da venti anni, dalla Nakba del 1948, dai coloni israeliani nelle terre occupate: demolizione sistematica delle case, dissoluzione di famiglie, uccisione di bambinə davanti agli occhi dei propri genitori, distruzione degli ospedali.
Molte di queste pratiche ricadono nella definizione di quello che che è stato definito il genocidio riproduttivo (Reproductive Genocide o “Reprocide”) del popolo palestinese a Gaza. Questi termini nascono per mettere in evidenza uno specifico aspetto della logica genocidaria. Le strategie di annientamento possono essere agite in forma diretta: a Gaza Israele bombarda ospedali e reparti di maternità, impedendo cure prenatali e distruggendo infrastrutture mediche; più di 17.000 madri hanno perso ə loro figliə e i tassi di aborto spontaneo sono aumentati del 300%; oltre la metà delle donne incinte soffre di anemia grave e il 95% di loro vive in condizioni di insicurezza alimentare; in migliaia partoriscono senza acqua, elettricità e assistenza medica. In molti casi le donne affrontano parti cesarei senza anestesia e con isterectomie d’emergenza, in condizioni disumane e in mancanza di materiali. Non di rado i medici estraggono neonati da corpi di madri uccise, spesso destinati a morire poco dopo per mancanza di cure.
L’eliminazione del popolo palestinese passa anche da azioni indirette: in Palestina si muore di fame; la devastazione delle infrastrutture essenziali – acqua, elettricità, ospedali – rende del tutto inabitabile Gaza. La violenza sessuale diventa strumento sistematico di tortura e di distruzione delle capacità riproduttive; l’inquinamento tossico da bombe e fosforo bianco compromette la fertilità e la salute di un popolo minacciato dalla propria fine. La ricercatrice Hala Shoman sottolinea la duplice temporalità su cui agiscono queste pratiche: “sul presente (uccidendo o danneggiando chi già esiste) e sul futuro (impedendo l’esistenza delle generazioni a venire e la loro capacità riproduttiva)”. Una temporalità che non viene scandita dalle ore e dai giorni ma che ormai, nelle parole di Bisan Owda, si misura in sangue. Ad essere negate sistematicamente, dunque, sono, da una parte, le condizioni materiali della vita; dall’altra, la possibilità di immaginare che la vita stessa e un futuro siano possibili.
Alla negazione dell’orizzonte di possibilità sono rivolte operazioni la cui violenza concreta è superata solo da quella simbolica, come il bombardamento, nei primi mesi del genocidio, dell’Al Basma IVF Center: 4.000 embrioni e più di 1.000 campioni di sperma e ovuli distrutti. Più che alle vite potenziali, l’attacco è rivolto a chi è già, o ancora in vita, e per cui le cliniche di fecondazione assistita e nelle gravidanze portate avanti nonostante i bombardamenti rappresentano una forma di resistenza.
Per questo June Jordan nella sua poesia sostiene che di fronte alle demolizioni e alle bombe, la cosa più importante di cui prendersi cura sia il living room, il soggiorno o lo spazio vitale. A questa resistenza come living room vogliamo continuare a dare spazio ripercorrendo, attraverso i versi della poetessa palestinese Amanda Najib, l’esperienza del genocidio riproduttivo con gli occhi di chi decide di non piegarvisi. È nelle sue parole che può davvero essere compresa la portata della distruzione delle cliniche per la fecondazione assistita. È nelle sue parole, infatti, che essa si trasforma da tecnica medica a preghiera, rito, segreto da tenere al sicuro:
Le cose che teniamo al sicuro
In una stanza fredda circondata di macchine silenziose,
Ho firmato i moduli con mano ferma
Il mio corpo, dolorante per le iniezioni
custodiva un futuro che nessuno avrebbe ancora saputo nominare.
Non l’ho detto a nessuno - nemmeno a mia madre.
Alcune cose si fanno in silenzio,
come la preghiera.
Alcune cose si tengono al sicuro
perché il mondo ha l’abitudine
di bruciare ciò che costruiamo.
Dicono sia scienza.
Ma io lo chiamo un atto di memoria.
Un modo per dire:
Non tutto andrà perduto,
Non questa volta.
La fecondazione assistita non viene usata solo per le coppie con problemi di fertilità, ma anche da quelle separate dagli imprigionamenti di migliaia di palestinesi nel corso dell’occupazione israeliana. La pratica dello sperm-smuggling (o “traffico illecito di sperma”) ha portato alla nascita di centinaia di bambini e bambine dal 1998, quando è stata praticata per la prima volta. Pur non negando le difficoltà del processo, nonché le difficoltà di chi si trova a crescere un figlio o una figlia senza il proprio partner, molte delle madri e dei padri che vi si affidano riportano il senso di liberazione e di rivalsa che comporta: “L’idea di avere figli in questo modo è una sorta di rottura delle catene israeliane – racconta in una recente intervista Renan Al-Sahli – Un bambino nato così è la prova che le prigioni israeliane non possono impedire alla vita palestinese di continuare”. Dunque, se l’incarcerazione di massa, costituisce un altro dei molti volti dell’annichilimento delle possibilità riproduttive dei corpi palestinesi, riducendoli alla paralisi, lo sperm-smuggling si configura, secondo analisi come quelle di Bilal Hamamra, Asala Mayaleh e Ilan Pappé, come un atto di resistenza riproduttiva alle strategie biopolitiche israeliane (2025). La stessa ambivalenza tra costo e resistenza riproduttiva è espressa da Najib in Parto sotto assedio:
Ho partorito nel blackout
L’ostetrica ha acceso un fiammifero per vedere se mi stavo lacerando.
Mio figlio è nato tra droni e detriti
Ho contato le sue piccole dita mentre il muro tremava
Dicono che Gaza sia invivibile
Intendono che c’è ancora vita.
L’ambivalenza tra il dolore e la speranza aperti da queste forme di resistenza riproduttiva è rispecchiata da chi, come Hala Shoman, si trova nella contraddizione di voler esprimere la preoccupazione per i rischi corsi da madri e bambinə, ma, allo stesso tempo, di non voler ricalcare la logica del genocidio riproduttivo. Tuttavia, ricorda Shoman, e ancora una volta Najib in versi, la risposta alla violenza del genocidio riproduttivo non si limita al fisico riprodursi, ma comprende tutte le pratiche che rendono la vita possibile. Pratiche di cura, di coltivazione della memoria, di trasmissione delle molte lingue in cui la resistenza può esprimersi:
La grammatica delle tende
Non ci sono linee dritte nel campo
Solo muri di latta, fumo e bambini testardi.
Insegno alle mie figlie la resistenza
in tre lingue
la quarta è il silenzio
che gli insegno a non usare mai.
La complessità di queste pratiche di resistenza è per noi un invito a decolonizzare il nostro sguardo e a rimettere al centro una concezione di giustizia riproduttiva a tutto tondo, una concezione in cui la possibilità della vita, dignitosa ma anche felice, sia cruciale; in cui la libertà di scelta sul proprio corpo e sul proprio futuro sia compresa come un problema fondamentale ben al di là del solo diritto all’aborto e alla contraccezione. Ci ricorda che non possiamo pensare la salute riproduttiva come questione isolata né possiamo costruire la lotta per l’aborto senza la lotta per delle condizioni di vita che rendano possibile la genitorialità desiderata. Non c’è diritto all’aborto senza il diritto alle cure mediche tutte, senza diritto alla casa, senza accesso a un ambiente sano. Non c’è lotta per l’aborto senza lotta contro il genocidio.
Separare la libertà riproduttiva da queste questioni significa cadere in una triplice trappola.
La prima, più evidente e che include in un certo senso le due conseguenti, è che si finisce per lottare solo per libertà riproduttiva di pochə.
La seconda è di lasciare spazio all’infiltrazione di retoriche razziste e classiste all’interno di quella che è al contrario una promessa emancipatoria per tuttə. In Donne razza e classe, Angela Davis racconta come all’inizio del ventesimo secolo, nel movimento americano per la contraccezione e il controllo delle nascite, queste tendenze avessero fatto già breccia. Davis scrive che “progressivamente negli ambienti del movimento si iniziò a sostenere che le donne povere, Nere e immigrate avessero il dovere morale di ridurre la grandezza delle loro famiglie”. La giustificazione accampata da chi sosteneva queste visioni era che riducendo il numero di bambinə, le famiglie Nere, immigrate o povere avrebbero avuto più mezzi per sostenere la loro prole, come se la causa delle misere condizioni di vita e della mancanza di mobilità sociale fosse la prolificità delle loro comunità. In maniera simile potremmo finire per chiederci se il popolo palestinese, nelle condizioni in cui si trova, non abbia il dovere morale di non riprodursi per il bene della sua stessa prole. Questo significherebbe non vedere come questa sia precisamente la strategia genocidaria del governo israeliano e come esercitare la capacità di immaginare e di costruire un futuro a dispetto di questa strategia sia un’arma di difesa e resistenza fondamentale.
La terza consiste nell’incapacità di riconoscere la doppia logica che costituisce il colonialismo intrinseco a ogni forma di restrizione della libertà riproduttiva. Da un lato, la limitazione o la criminalizzazione di aborto e contraccezione, percepite come un attacco all’emancipazione della “donna universale”, implicitamente bianca e privilegiata, che in quanto tali divengono automaticamente priorità del movimento femminista; dall’altro, le politiche che mirano a disincentivare, o nei casi più estremi a impedire attraverso la sterilizzazione, la riproduzione delle popolazioni nere, indigene, migranti e povere. Questa doppia logica si ripresenta anche nel contesto della colonizzazione della Palestina. Mentre mette in atto un vero e proprio genocidio riproduttivo nei confronti del popolo palestinese, Israele promuove politiche pronataliste finalizzate a un’immaginaria e antistorica continuità nazionale: dopo il 7 ottobre 2023, i tribunali israeliani hanno rimosso gli ostacoli legali al prelievo e all’utilizzo dello sperma di soldati e civili israeliani deceduti.
Vorremmo concludere sottolineando che, nonostante la durezza della fase in corso – che non si annulla attraverso un cessate il fuoco, auspicato, ma non sinonimo di liberazione - il popolo palestinese resiste, ogni giorno vivendo nonostante le condizioni invivibili, credendo nel futuro nonostante il presente genocidio.
Se è possibile credere nel futuro a Gaza oggi, è possibile e necessario farlo ovunque. Allora credere nel futuro della Palestina, credere nella liberazione del suo popolo è un atto per resistere a un tempo che ci vuole isolatə e cinichə, a un periodo storico in cui il senso d’impotenza si alimenta degli orrori del presente e in cui ogni lotta sembra vana. È importante nell’ottica di continuare a portare un contributo, un sostegno reale, manifestando, boicottando, parlando tutte le lingue della resistenza che conosciamo. Ma non solo. Potremmo infatti contrentrarci sulla lotta per l’aborto in Italia e sentirci realiste, credendo a un illusione. Ma oggi più che mai vogliamo credere e combattere per una giustizia riproduttiva globale e a 360 gradi. Vogliamo tutto, per tuttə.
Questa newsletter sarà PIENA di tutto quello che non vogliono farci dire. Di parole inquiete, voci che disturbano, esperienze che rompono l’ordine e rivendicano visibilità. Perché l’aborto è pieno: di corpi, di scelte, di possibilità.
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